“L’uomo è essenzialmente capacità di prendersi cura”, “la sua esistenza non è riducibile a pura presenza”… il “rimanere a guardare se stessi e il proprio intorno” è lasciarsi vivere, proiettati nel baratro di un’esistenza in autentica”. L’essenza dell’uomo per Heidegger è relazione, possibilità, apertura, trascendenza, dono: tutti valori che, solo se realizzati, fanno gustare la felicità di un’esistenza autentica. E’ proprio dell’uomo, quindi, prendersi cura del proprio essere e di quello altrui, e prendersi cura di una persona significa innanzitutto rispettare, stimolare e valorizzare lo svolgersi della sua esistenza, secondo la progettualità che essa stessa contiene e che a priori non è conosciuta neanche dal soggetto stesso, ancor meno da chi la osserva. Nella relazione personale, il prendersi cura dell’altro non può mai rifarsi a schemi precostituiti, elaborati su esperienze pregresse, se l’altro è accolto nella sua unicità, colui che si prende cura dovrà necessariamente partire dalla unicità del soggetto a cui rivolge questa cura, questo comporterà un atteggiamento attento all’altro, di accoglienza, ascolto e apertura non condizionata. Non c’è niente di stantio nel processo di cura, perché “non si limita a progettare ed eseguire interventi sulla base di eventuali conoscenze teoriche; la cura salva in quanto conosce e agisce, progettando, proponendo e vivendo esperienze e situazioni esistenziali, che possono consentire ad una persona di “salvarsi” da sola, di accettare di decidere della propria esistenza, nella consapevolezza del rischio che l’accompagna, ineluttabilmente. Nel prendersi cura è richiesta una forte capacità di spiegare, dare motivazioni soddisfacenti, profonde, esaurienti; richieste tutte che spesso interrogano proprio colui che deve dare motivazioni sul suo grado di comprensione di quelle verità che egli stesso deve trasmettere. Per prendersi cura in modo autentico, occorre instaurare una vera e propria relazione empatica d’aiuto. L’empatia è l’atteggiamento che fonda la cura. Per prendersi cura dell’altro non si può fare a meno dall’altro. Nella società di oggi esistono molteplici professioni sanitarie deputate alla erogazione di servizi di cura e di assistenza alle persone. L’assistenza dovrebbe comprendere processi di aiuto, nell’ottica di educazione e di promozione della identità della persona più che la semplice esecuzione di procedure tecnico-assistenziali. La vera assistenza si basa su un atteggiamento e un comportamento rivolto ad educare e/o aiutare un’altra persona a crescere. Manjeroff, afferma: “Assistere un’altra persona, se si vuol dare a questa espressione il suo più profondo significato, vuol dire aiutarla a crescere e a relazionarsi” e continua “ Nell’erogare l’assistenza, riconosco che gli altri hanno delle potenzialità e la necessità di crescere”. Il professionista d’aiuto, nel fornire assistenza, riconosce che le persone possiedono sia bisogni che potenzialità, che vale la pena di favorire la crescita di queste ultime, e che in esse vi è la potenzialità di crescere. Piuttosto che considerare una persona come priva di risorse poiché ha bisogno di assistenza e di cure, l’operatore capace, ne rispetta la personalità e i diritti, e l’assiste con l’obiettivo di incoraggiarne l’indipendenza e la crescita. Egli desidera che il risultato dell’assistenza sia un’accresciuta capacità di gestire i propri bisogni di salute. La letteratura sul nursing è ricca di riferimenti che sottolineano il fatto che l’infermiere, ad esempio, ha sempre dato un grande valore al principio di assistere con cura le persone. Il presente elaborato vuole essere un momento di riflessione e di approfondimento delle tematiche relative alla pedagogia della salute, come Pedagogia che si prende Cura della persona, e della persona - malato, specificamente, in quella particolare forma di relazione d’aiuto che è quella che si instaura tra operatore sanitario e paziente- utente. Per processo di Aiuto si intende un’azione fondata teoricamente, gestita attraverso opportuna metodologia, per mezzo e in funzione della quale,gli operatori d’aiuto, all’interno di un precipuo contesto ambientale e relazionale, cercano di rispondere ai bisogni e a una richiesta d’aiuto da parte di un singolo o di un gruppo di individui. La finalità del processo di relazione d’aiuto è estremamente educativo e risiede nel produrre e favorire un cambiamento nel soggetto e nel suo contesto sociale e affettivo-relazonale, che gli permetta di valutare, affrontare e, ove possibile, superare i problemi, in maniera diversa, sperimentando strategie altre che gli permettano di prevenire la cronicizzazione di un bisogno, di promuovere percorsi progettuali nuovi che tengano conto della reale situazione di bisogno; ma al contempo però li preservino dal rischio di rimanerne schiacciati, innescando meccanismi autolesionisti e autocastranti le proprie potenzialità di soggetto attivo del proprio processo di crescita e delle propria progettualità esistenziale. Per quanto, infatti, esistano ed è anche opportuno e necessario individuarle, comuni linee teoriche di intervento, nella relazione d’aiuto, è utile e funzionale acquisire e promuovere la consapevolezza di dover adattare e progettare di volta in volta processi d’aiuto diversi, unici come uniche sono le relazioni, i bisogni, i contesti, i linguaggi e significati delle comunicazioni tra persone e le persone stesse. La prima parte del lavoro prevede una trattazione del modello teorico di riferimento che costituirà anche la lente attraverso la quale leggere la relazione d’aiuto, come dalla proposta sottoscritta, in questo spazio teorico, è sembrato opportuno inserire un riferimento puntuale relativo ai percorsi storici della medicina, in cui si sono evoluti i concetti di malattia e di malato, in corrispondenza a fattori temporali, ambientali e di contesto socio-culturale. Il rapporto medico paziente rappresenta uno spaccato e un aspetto importantissimo e fondamentale in cui la relazione d’aiuto trova la sua massima espressione, oggi come ieri nelle diverse culture e nelle diverse epoche, rispecchiando e proponendo valori e significati di volta in volta differenti, accomunati però dalla centralità della persona umana con le sue peculiarità. La parte centrale è interamente dedicata al vissuto malattia, al processo di relazione d’aiuto come incontro con la malattia stessa e soprattutto con la persona malata; in tale parte dell’elaborato saranno affrontati i principali aspetti legati ai bisogni psicologici e di aiuto della persona malata; allo stesso modo verrà analizzato il vissuto malattia, alla luce del più attuale approccio narrativo; quest’ultimo si offre come valido strumento per cercare di promuovere una relazione d’aiuto attenta e rispettosa delle Diversità. Inoltre non saranno tralasciati gli aspetti relativi la sfera affettiva della persona malata, con un capitolo dedicato alle relazioni familiari in presenza di un malato grave e in fase terminale; in ultimo, ma non in ordine di importanza, sarà affrontato il problema della dimensione umana del professionista della relazione d’aiuto, che specie in ambiti di malattie croniche a conclusione infausta, rappresenta un serio problema in termini di aiuto e di formazione ai professionisti. Alla luce di ciò si propone un approfondimento del tema “comunicazione” e della comunicazione in contesti in cui la richiesta d’aiuto è forte e chiama costantemente in causa emozioni, sentimenti, a volte anche contrastanti, di tutti gli attori coinvolti nell’intervento, nonché l’Organizzazione e il contesto ambientale in cui la relazione d’aiuto si esplica.

Percorsi di Formazione nel socio-sanitario, per una pedagogia che si prende cura dell’uomo

LO PICCOLO, Alessandra
2008

Abstract

“L’uomo è essenzialmente capacità di prendersi cura”, “la sua esistenza non è riducibile a pura presenza”… il “rimanere a guardare se stessi e il proprio intorno” è lasciarsi vivere, proiettati nel baratro di un’esistenza in autentica”. L’essenza dell’uomo per Heidegger è relazione, possibilità, apertura, trascendenza, dono: tutti valori che, solo se realizzati, fanno gustare la felicità di un’esistenza autentica. E’ proprio dell’uomo, quindi, prendersi cura del proprio essere e di quello altrui, e prendersi cura di una persona significa innanzitutto rispettare, stimolare e valorizzare lo svolgersi della sua esistenza, secondo la progettualità che essa stessa contiene e che a priori non è conosciuta neanche dal soggetto stesso, ancor meno da chi la osserva. Nella relazione personale, il prendersi cura dell’altro non può mai rifarsi a schemi precostituiti, elaborati su esperienze pregresse, se l’altro è accolto nella sua unicità, colui che si prende cura dovrà necessariamente partire dalla unicità del soggetto a cui rivolge questa cura, questo comporterà un atteggiamento attento all’altro, di accoglienza, ascolto e apertura non condizionata. Non c’è niente di stantio nel processo di cura, perché “non si limita a progettare ed eseguire interventi sulla base di eventuali conoscenze teoriche; la cura salva in quanto conosce e agisce, progettando, proponendo e vivendo esperienze e situazioni esistenziali, che possono consentire ad una persona di “salvarsi” da sola, di accettare di decidere della propria esistenza, nella consapevolezza del rischio che l’accompagna, ineluttabilmente. Nel prendersi cura è richiesta una forte capacità di spiegare, dare motivazioni soddisfacenti, profonde, esaurienti; richieste tutte che spesso interrogano proprio colui che deve dare motivazioni sul suo grado di comprensione di quelle verità che egli stesso deve trasmettere. Per prendersi cura in modo autentico, occorre instaurare una vera e propria relazione empatica d’aiuto. L’empatia è l’atteggiamento che fonda la cura. Per prendersi cura dell’altro non si può fare a meno dall’altro. Nella società di oggi esistono molteplici professioni sanitarie deputate alla erogazione di servizi di cura e di assistenza alle persone. L’assistenza dovrebbe comprendere processi di aiuto, nell’ottica di educazione e di promozione della identità della persona più che la semplice esecuzione di procedure tecnico-assistenziali. La vera assistenza si basa su un atteggiamento e un comportamento rivolto ad educare e/o aiutare un’altra persona a crescere. Manjeroff, afferma: “Assistere un’altra persona, se si vuol dare a questa espressione il suo più profondo significato, vuol dire aiutarla a crescere e a relazionarsi” e continua “ Nell’erogare l’assistenza, riconosco che gli altri hanno delle potenzialità e la necessità di crescere”. Il professionista d’aiuto, nel fornire assistenza, riconosce che le persone possiedono sia bisogni che potenzialità, che vale la pena di favorire la crescita di queste ultime, e che in esse vi è la potenzialità di crescere. Piuttosto che considerare una persona come priva di risorse poiché ha bisogno di assistenza e di cure, l’operatore capace, ne rispetta la personalità e i diritti, e l’assiste con l’obiettivo di incoraggiarne l’indipendenza e la crescita. Egli desidera che il risultato dell’assistenza sia un’accresciuta capacità di gestire i propri bisogni di salute. La letteratura sul nursing è ricca di riferimenti che sottolineano il fatto che l’infermiere, ad esempio, ha sempre dato un grande valore al principio di assistere con cura le persone. Il presente elaborato vuole essere un momento di riflessione e di approfondimento delle tematiche relative alla pedagogia della salute, come Pedagogia che si prende Cura della persona, e della persona - malato, specificamente, in quella particolare forma di relazione d’aiuto che è quella che si instaura tra operatore sanitario e paziente- utente. Per processo di Aiuto si intende un’azione fondata teoricamente, gestita attraverso opportuna metodologia, per mezzo e in funzione della quale,gli operatori d’aiuto, all’interno di un precipuo contesto ambientale e relazionale, cercano di rispondere ai bisogni e a una richiesta d’aiuto da parte di un singolo o di un gruppo di individui. La finalità del processo di relazione d’aiuto è estremamente educativo e risiede nel produrre e favorire un cambiamento nel soggetto e nel suo contesto sociale e affettivo-relazonale, che gli permetta di valutare, affrontare e, ove possibile, superare i problemi, in maniera diversa, sperimentando strategie altre che gli permettano di prevenire la cronicizzazione di un bisogno, di promuovere percorsi progettuali nuovi che tengano conto della reale situazione di bisogno; ma al contempo però li preservino dal rischio di rimanerne schiacciati, innescando meccanismi autolesionisti e autocastranti le proprie potenzialità di soggetto attivo del proprio processo di crescita e delle propria progettualità esistenziale. Per quanto, infatti, esistano ed è anche opportuno e necessario individuarle, comuni linee teoriche di intervento, nella relazione d’aiuto, è utile e funzionale acquisire e promuovere la consapevolezza di dover adattare e progettare di volta in volta processi d’aiuto diversi, unici come uniche sono le relazioni, i bisogni, i contesti, i linguaggi e significati delle comunicazioni tra persone e le persone stesse. La prima parte del lavoro prevede una trattazione del modello teorico di riferimento che costituirà anche la lente attraverso la quale leggere la relazione d’aiuto, come dalla proposta sottoscritta, in questo spazio teorico, è sembrato opportuno inserire un riferimento puntuale relativo ai percorsi storici della medicina, in cui si sono evoluti i concetti di malattia e di malato, in corrispondenza a fattori temporali, ambientali e di contesto socio-culturale. Il rapporto medico paziente rappresenta uno spaccato e un aspetto importantissimo e fondamentale in cui la relazione d’aiuto trova la sua massima espressione, oggi come ieri nelle diverse culture e nelle diverse epoche, rispecchiando e proponendo valori e significati di volta in volta differenti, accomunati però dalla centralità della persona umana con le sue peculiarità. La parte centrale è interamente dedicata al vissuto malattia, al processo di relazione d’aiuto come incontro con la malattia stessa e soprattutto con la persona malata; in tale parte dell’elaborato saranno affrontati i principali aspetti legati ai bisogni psicologici e di aiuto della persona malata; allo stesso modo verrà analizzato il vissuto malattia, alla luce del più attuale approccio narrativo; quest’ultimo si offre come valido strumento per cercare di promuovere una relazione d’aiuto attenta e rispettosa delle Diversità. Inoltre non saranno tralasciati gli aspetti relativi la sfera affettiva della persona malata, con un capitolo dedicato alle relazioni familiari in presenza di un malato grave e in fase terminale; in ultimo, ma non in ordine di importanza, sarà affrontato il problema della dimensione umana del professionista della relazione d’aiuto, che specie in ambiti di malattie croniche a conclusione infausta, rappresenta un serio problema in termini di aiuto e di formazione ai professionisti. Alla luce di ciò si propone un approfondimento del tema “comunicazione” e della comunicazione in contesti in cui la richiesta d’aiuto è forte e chiama costantemente in causa emozioni, sentimenti, a volte anche contrastanti, di tutti gli attori coinvolti nell’intervento, nonché l’Organizzazione e il contesto ambientale in cui la relazione d’aiuto si esplica.
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